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Sul Lago di Como, una residenza nata nel '700 e modificata nell'800 ha ritrovato un'unica armonia, nel segno di un legame con la natura del luogo.

Ha il nome di una regina bella e perduta nel tempo della leggenda. E un'eleganza discreta, degna di quel rango. La Vecchia Regina Teodolinda è una strada piccola e tortuosa che corre scavata nella roccia, sulle sponde occidentali del lago di Como.

Lungo queste curve che hanno ormai dimenticato il traffico dei turisti da tempo convogliato su rotte meno impervie e più veloci, sorgono antiche dimore aristocratiche che hanno via via mescolato i loro nobili destini a quelli più semplici delle case di contadini e pescatori, modeste certo ma seducenti nel racconto di tempi e mestieri lontani. Per realizzarle, a fine Settecento, la potente nobiltà venuta un po' ovunque dall'Europa fece saltare, senza tanti scrupoli, la roccia della montagna.

Una violenza, seppure impercettibile, alla natura, un graffio appena accennato, che questa volta però si perdona volentieri, perché solo così un paesaggio bello e impossibile ha potuto regalarsi allo sguardo dell'uomo, avido, allora come oggi, di silenzi e di bellezza.
È nel segno di quell'antico sacrificio della montagna, e nel rispetto del forte legame qui esistente tra case e natura, che un giovane architetto, Alessandro Réndon, ha ristrutturato una di queste eleganti dimore di metà Settecento.

L'edificio di stampo neoclassico, che nell'Ottocento subì alcune modifiche con l'aggiunta di due ali laterali e della tipica veranda di ghisa sul lato posteriore, sorge a ridosso della roccia.

<<Il principio su cui ha basato la ristrutturazione di questa villa>>, spiega Alessandro Réndon, << è l'armonia tra esterno e interno, tra uomo e natura, tra l'edifìcio, il lago e i monti che scendono dritti nelle sue acque>>.

Così, il passaggio per arrivare all'ingresso, aperto sul retro, è stato lasciato com'era, stretto tra le alte pareti della montagna che scendono sulla casa come in un abbraccio fraterno.
Una vasca scavata nella Pietra di Moltrasio ospita una moltitudine di pesci rossi e ninfee in una area fresca e ventilata che precede l'entrata principale.

L' entrata sul retro

Una volta varcato l'ingresso, di segni che ricordano questo legame ce ne sono tanti: dal pavimento in seminato alla veneziana, decorato con motivi quali il sole, la luna bianca, la luna nera e fiori stilizzati dalla fantasia, alla fuga prospettica che dall'ingresso sospinge lo sguardo dentro l'adiacente salone, lo lascia scivolare sulla scultura di Arnaldo Pomodoro raffigurante un mondo d'oro e la ferma quindi sulla terrazza, quasi a portare dentro casa la bellezza del paesaggio.
Il resto lo fanno i numerosi affreschi, tutti a tema naturalistico, dipinti sulle lunette delle porte e sui soffitti da Jole Prato e Carlo Giordana con perizia e gusto dal sapore neorinascimentale.

Un gioco di rincorse continue, dove a quest' armonia un'altra se ne aggiunge, più diffìcile nell'esecuzione ma perfetta nella riuscita. È l' equilibrio - raggiunto grazie a un attento recupero filologico - tra Settecento e Ottocento, tra gli imponenti stucchi lasciati dal secolo dei Lumi e la romantica veranda di ghisa voluta dai languori fin de siede.

<< Tutti gli elementi decorativi, i soffitti a volta, le opere ornamentali di gesso">>, spiega l'architetto, << sono stati ripristinati, o dove non era possibile farlo, ridisegnati e rifatti secondo i modelli originali, consultando anche le antiche documentazioni dell' Archivio di Stato di Como>>

Tré anni di lavoro che hanno sfidato il degrado in cui versava la casa per restituirle infine la perduta nobiltà. Il risultato è un'atmosfera nuova, nata dall'armonica fusione di due epoche
diverse, un'unione rispettosa delle differenti tipologie esistenti ma abile nel congiungerle; una dimensione ottenuta grazie a un complesso lavoro d'equipe, agli studi storici dell'architetto, all'abilità dei maestri artigiani impegnati nel restauro, alla competenza con cui i proprietari hanno scelto gli arredi, spaziando dal Sei e Settecento a rari pezzi Impero.

Dei 450 metri quadrati divisi su due piani resta negli occhi la sontuosità settecentesca del salone, a cui rispondono, sulla sinistra, la raccolta compostezza della sala da pranzo e, a destra, l'intimità preziosa dello studio, una stanza piccola, che per anni ha nascosto tra le sue pareti fittamente decorate un curioso segreto: una pergamena del 1890, scoperta durante il restauro, con cui i maestri gessisti dell' epoca autografavano la loro opera, raccontando anche della locanda che li aveva ospitati durante il lavoro e dei segreti della loro abile operosità. Nel bow window ottocentesco, la camera padronale si divide tra sonni aristocratici consumati nell'ampio letto a baldacchino del Settecento e romantiche letture sullo scrittoio collocato davanti alla vetrata sul lago; mentre la piccola piscina termale ricavata nella veranda di ghisa sul retro disegna le suggestioni di un'antica serra: da un lato, oltre i vetri, fanno capolino le rocce della montagna, e sulla parete opposta un trompe-l'oeil disegna il paesaggio che da lì si vedrebbe se i muri dell'edificio non impedissero allo sguardo di spingersi oltre.


La pietra di Moltrasio
sulla piscina termale

Ancora un tentativo di portare la natura dentro casa, mentre fuori, nel silenzio di un tempo che sembra essersi fermato , le onde del lago s'infrangono lente sulla spiaggia, continuando a cantare l'eterno suono della malinconia.

I testi di questa sezione sono tratti da AD - Architectural Digest. Le più belle case del mondo num. 218 - luglio 1999. Maggiori informazioni su http://www.architecturaldigest.com

Per visionare Villa ai Cedri abbiamo preparato le due sezioni Galleria Immagini e Visita Virtuale che descriveranno meglio la bellezza della splendida abitazione

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